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domenica 7 luglio 2013

L’impronta dell’anima



‘Un bambino trovò un uovo e non sapendo che fosse di aquila lo mise nel nido caldo di una gallina del cortile. Le uova si schiusero e, in mezzo ai pulcini, saltò fuori un aquilotto. Conoscendo solo questo modo di esistere, esso crebbe come un pollo, razzolando e beccando, chiocciando e sbattendo goffamente le ali.
Un giorno sentì il maestoso richiamo di un’aquila che volava alta nel cielo. L’aquilotto contemplava il magnifico uccello planare splendido sui venti.
“E quello che cos’è?” chiese a un pulcino vicino.
“E’ l’aquila il re degli uccelli. Appartiene al cielo. Noi apparteniamo alla terra siamo polli”
Volteggiando nell’aria l’aquila emise un ultimo lungo richiamo. Ma l’aquilotto era ritornato a chiocciare e a beccare la terra polverosa.
Visse e morì da pollo. Non rispose mai al richiamo dell’aquila.
Non spiegò mai le ali in volo.’

Questa favola è una della fiaba del brutto anatroccolo dove il “diverso” non si è trasformato in cigno. L’aquilotto non rispose mai alla chiamata del suo sé superiore.
La felicità è solamente una conseguenza del vivere l’impronta dell’anima: potete essere felici solo se state rispondendo alla vostra chiamata e state vivendo la vostra storia.
La felicità deriva dalla ricerca del significato della vita, dal sondare la vostra profondità unica e dal compiere il bene che solo voi siete capaci di fare nel mondo.
Essere felici significa rispondere alla chiamata del proprio sé più profondo. Essere felici è sapere che tra i miliardi di uomini su questo pianeta voi siete insostituibili. Questo vale per ogni essere umano sulla faccia della Terra, perché ciò che ci accomuna è l’unicità.
Nella cabala la parola più comune associata alla gioia è chiyut, tradotto approssimativamente con “energia vitale” qualcosa di simile al concetto cinese di chi.
Essere felici significa essere immersi nella chiyut dell’Universo. La porta verso questa energia è il sé, l’impronta vitale dell’anima.
Quando si è immersi nella gioia, essa non è soltanto la fonte ma anche il mezzo per canalizzare ancor più energia divina.
La gioia non è un semplice stato d’animo; è un’intensa e potente sorgente di energia che è in grado di “sfondare le barriere” .
Quando abbiamo accesso alla felicità essa diventa contagiosa, si autogenera e diventa un canale per un flusso sempre più grande di energia positiva.
Queste semplici osservazioni sono importanti perché di sovente le ignoriamo: dimentichiamo che cosa sia veramente la gioia.
Troppo spesso associamo automaticamente la felicità al successo materiale, sebbene in cuor nostro sappiamo che questa associazione è falsa. Dopotutto il successo ha poco a che fare con l’impronta dell’anima.
Nel loro secondo insegnamento fondamentale i cabalisti ci dicono che la felicità è una decisione.
Nel linguaggio mistico originale, questa idea è impressa nella massima: ”La fonte della gioia è la binah, la comprensione”.
La felicità si accede attraverso la contemplazione, la cui natura è duplice;
il primo fulcro risiede nella contemplazione della natura del mondo: si riflette sulla vita e la morte, la malattia e la salute, che cosa è permanente e reale e che cosa è fugace e illusorio.
Il secondo tema della contemplazione dei cabalisti riguarda ciò che chiamiamo l’impronta dell’anima. In questa meditazione lasciate che la mente si soffermi sulla firma unica della vostra anima mentre vi domandate: ”Qual è la storia unica che ho il dovere di vivere nel mondo?”.
Infine per concludere la nostra riflessione sulla natura della gioia dell’impronta dell’anima, ecco una seconda interpretazione dell’epigramma cabalistico: “ La fonte della gioia è la comprensione”.  
Se la gioia è una conseguenza della comprensione, allora non è più un’opzione, un evento o una sensazione che attendiamo.
La gioia è una decisione, è una scelta consapevole. Ma è anche un obbligo!
Vivere la propria storia è esprimere l’originalità del proprio essere comune, è rendere straordinario l’ordinario.
Quando le proprie orme si fonderanno con quelle di Dio, si vivrà veramente la propria storia. La propria essenza porterà alla propria divinità.
I viaggi spirituali cominciano con una caduta perché il riscatto, il modo in cui ci si risolleva dalla caduta, costituisce l’essenza della vita stessa.
Troppo spesso si rinuncia ai propri sogni in nome della necessità di crescere, di maturare, di trovare la stabilità o addirittura la saggezza… non si deve mai abbandonare la voglia di sognare di quella sensazione che si ha quando la nostra storia era ricca di promesse e di ambizioni; sapendo ciò che si voleva, e si capiva al volo ciò che era più giusto per noi.
La voglia di sognare è la migliore facoltà d’intuizione spirituale ed etica.
Non dobbiamo mai perdere i nostri occhi di bambini…..
Bisogna riuscire a lasciare da parte delle comode certezze che offuscano la nostra visione. Solo avendo la volontà, almeno per una volta, di percorrere il sentiero dell’incertezza, si potrà ripercorrere la via che ci conduce alla nostra essenza.
All’inizio del mito della Creazione nell’interpretazione cabalistica, ci sono dei vasi riempiti di luce. A un certo punto la luce diventa troppo intensa e i vasi vanno in frantumi. Quando ciò accade, scintille di luce restano intrappolate nei cocci rotti e cadono nei posti più strani e a volte più bui. Secondo Luria, questo è lo scopo recondito dell’andare in frantumi: invitarci, addirittura obbligarci a guardare nelle crepe del proprio personaggio alle quali altrimenti non avremmo mai osato avvicinarci.
Bisogna recuperare le proprie scintille, le dimensioni dell’impronta dell’anima, nascoste nei posti più bui e profondi.
Quando pizzichiamo la corda di uno strumento che deve essere parte della nostra sinfonia, quelle della nostra impronta dell’anima rispondono all’unisono.
Quando il nostro spirito risponde ad alta voce sappiamo di aver trovato un’altra parte della nostra impronta dell’anima, un’altra nota da includere nella nostra sinfonia, e appena in tempo per il Rituale della narrazione della storia.

 “Possa ogni pagina essere un punto di luce
Che illumini la mente
O se luce non può essere
Che sia almeno lo stoppino
su cui la fiamma brucia
E se stoppino non può essere
Allora che sia olio per ungere l’occhio
Ma se olio non può essere
Che sia almeno il ramo che ha dato vita all’oliva
E se ramo non può essere
Che sia allora solo un seme
per dare vita al punto di luce.
Sì, possa esserci un solo seme
in ogni pagina che scrivo.”

Tratto e adattato dal libro di Marc Gafni “L’IMPRONTA DELL’ANIMA. Alla ricerca del nostro volto interiore”

 
Un'aquila appartiene al cielo, ...non può vivere da pollo.....

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